Il Local Marketing secondo Silvia Signoretti

Silvia Signoretti al Local Business Day

Il Local Marketing secondo Silvia Signoretti

Da cosa è nata la tua passione per il marketing e in particolar modo per il local marketing?

 

La mia passione per il marketing nasce dalla continua voglia di capire i perché dietro le cose. Credo che sia una di quelle “malattie” che si innestano da piccola. Ci sono bambini che superano la fase dei perché, altri no.

A parte gli scherzi, la mia storia nasce fuori dal marketing e oggi mi rendo conto che mai fu così vera la frase di Steve Jobs che affermava che i puntini si possono unire, ma solo dopo. Ho iniziato infatti analizzando i beni culturali. Ho una specializzazione universitaria in indagine di opere pittoriche e la mia tesi di laurea ha indagato il tessuto pittorico di una tela di Paolo Caliari detto il Veronese.

Come sia finita a fare marketing poi, è una storia lunga, ma credo che la curiosità per questo mondo mi sia nata dalla mia amica di sempre, Annalisa, che lo stava approcciando a economia. Ne avevo solo sentito parlare allora, e ormai si parla di quasi vent’anni fa. La strada, che non si imbocca mai a caso, mi portò a occuparmi di Uffici Stampa, PR e digital PR, coordinamento di campagne TV, stampa e radio, fino a capire che il digitale stava entrando a gamba tesa in questi mondi e andava indagato, alla ricerca dei perché. Il resto lo hanno fatto la grande palestra di WMI, Web Marketing per Imprenditori, e la certificazione che ho preso come Connection Manager.

Oggi non sono solo una consulente, aiuto imprenditori e aziende a connettersi con il mondo del marketing, alla ricerca del team giusto, tra interni ed esterni, che porti avanti una strategia. La passione per le attività locali nasce proprio durante l’università. Lavoravo dietro i banconi dei ristoranti e nelle sale degli hotel e ho sempre fatto una discreta carriera, nel mio piccolo, perché non mi sono mai sentita una “porta piatti”, ma una venditrice. Mi divertivo a capire i meccanismi di vendita, di acquisto e di scelta. Allora era un gioco. Oggi l’ho riscoperto quando ho cominciato a interfacciarmi in particolar modo con il marketing per franchising e per le attività con più sedi, che sono la mia vera passione.

Ho creato un meccanismo, un metodo, chiamato Franchising Strategy, a tre livelli: B2B, B2C, Internal Marketing. Nelle dinamiche B2C entrano i business locali, le sedi, come si chiamano in gergo. Lavorare con loro mi dà tanta soddisfazione perché per prime ci sono le persone e poi perché le persone con le loro imprese valorizzano un territorio.

 

Perché secondo te bisogna occuparsi di local marketing? Sembrerebbe più facile pensare in grande…

 

Think Local, do Global, Think Global, do Local.

In realtà non ho mai capito chi volesse avere ragione su queste affermazioni. Porto la mia esperienza lato catene, multistore e franchising: i territori sono in costante evoluzione, ma sono la linfa vitale del tessuto cittadino che ha un estremo bisogno di ritrovarsi. Potrei diventare un po’ filosofica, per cui cerco di tornare sui concetti.

Quando lavoro in rete, se non ho la capacità di analizzare il territorio, capirne le dinamiche, comprendere che ogni città è diversa, se pur il metodo per approcciarla possa essere lo stesso, sbaglio. Le attività locali, in questo caso, inoltre, sono una sonda, un campanello che suona al bisogno per autoanalizzarsi e modificarsi al bisogno.

Le aziende che operano su più sedi che non traducono i numeri locali in ragionamenti strategici e non si mettono in gioco con le loro filiali per comprendere gli andamenti del mercato sono come dei droni che continuano a viaggiare in aria senza toccare terra. Le attività locali, poi, hanno cuore, spesso più delle aziende. Quando fai un’analisi SWOT o un Business Model Canvas con un negozio, una piccola realtà, ti rendi conto che stai andando a fare ordine laddove c’era il caos e se si innesca una sana consapevolezza nascono idee e opportunità immense.

Amo i piccoli imprenditori che si mettono in gioco, che sanno mettersi in discussione e li adoro perché hanno una spinta in più anche nel loro approccio alla vendita: alcuni di loro farebbero le scarpe ai migliori commerciali. E poi, con le attività locali puoi gestire percorsi formativi a step che costruiscono sinergie molto proficue (e questo vale anche quando ci sono di mezzo franchisor e franchisee).

 

La tua visione del local marketing (evoluzione, problematiche e soluzioni)

 

Il local marketing è complesso. Ancora oggi ci sono persone che non hanno rivendicato la loro scheda di Google My Business o che non sanno che puntare tutto su Instagram e Facebook è un grande rischio.

Il marketing per le attività locali, ahimé, è spesso ancora fermo agli strumenti e alle false promesse di lead generation fatte da consulenti che puntano tutto sui social e nulla sulla strategia. Il fatto è che si può fare analisi di mercato per le attività locali. Si può fare la strategia. Si può fare analisi della concorrenza e si possono anche usare strumenti che sembravano appannaggio delle big company e invece oggi sono alla portata di tutti.

Il vero limite talvolta non è il budget a disposizione ma la capacità dell’imprenditore di mantenere il focus e di comprendere il meccanismo che ho voluto definire: B.D.A., Before, During, After. Lo spiego nel mio intervento.

L’ho mutuato dalla mia esperienza nelle agenzie di comunicazione offline, quando si facevano eventi e fiere. Nulla finisce, potremo riassumerlo. Ogni azione provoca una conseguenza, un effetto domino. I piccoli imprenditori dovrebbero essere accompagnati nella comprensione di questa dinamica.

Forse, ancora prima di insegnare loro ad aprire un account Facebook, Instagram, o ancora peggio illuderli che esista un marketing su Tik Tok, dovremo far capire loro cosa sia il processo di acquisto, come si differenzi dal processo di vendita, come essere focalizzati e attenti a ogni cosa che succede, perché volendo, la traduzione vera di questo metodo, è che tutto è o può essere marketing, soprattutto per le attività locali.

L’altra vera sfida è l’omnicanalità. Nasco nell’offline. Ci ho sempre creduto. Il marketing online non esiste. Esiste un marketing, punto, con diverse declinazioni. Pensare di giocarsi tutto in una direzione è sbagliato concettualmente. Lo insegnano i grandi brand che si sono affacciati su radio e TV per promuoversi. L’integrazione di più strumenti è la vera chiave, ma costruire percorsi che li mettano insieme in un’ottica strategica è la vera chiave, anzi, la vera sfida. Che poi è quello che faccio come ConnectionManager con il metodo ConnectionFunnel.

 

Anteprima intervento e obiettivo finale

 

Parlo di una realtà che mi sta molto a cuore, anche perché si tratta di una delle poche che si trovano quasi dietro casa mia.

Alessandro e Martina hanno aperto una scuola di cucina qualche anno fa, ormai più di dieci. Era il loro sogno. L’hanno plasmato nel tempo, grazie alla passione e alle relazioni. Io sono arrivata ad aiutarli che avevano già fatto quasi tutto, ho solo cercato di dare loro una mano a fare ordine, a individuare i perché, ad analizzare il processo di acquisto e a mettere insieme una strategia che avesse un senso, grazie anche al concetto di Prima-Durante-Dopo, fondamentale per i loro corsi, che di fatto sono dei micro eventi.

Capitalizziamo qualsiasi cosa, si diceva alle prime riunioni. Cerchiamo di non sprecare alcun seme che seminiamo, ci dicevamo. I semi sono stati così tanti che Alessandro e Martina hanno iniziato a vedere qualcosa in più. Già lo sapevano, hanno solo trovato il momento giusto.

Apriranno a breve èBistrot, il “non ristorante – come lo chiamo io – di èCucina“. Capitalizzando l’esperienza degli chef, spesso stellati (Joia Academy, Perbellini) che passano tra i loro banchi, abbiamo creato un format nuovo, molto interessante, che presento in anteprima, nella costruzione della sua base strategica, al Local Business Day.

 

Cosa ti ha spinta a partecipare al LBD e perché le piccole realtà dovrebbero parteciparvi?

 

Local Business Day è un format diverso da quelli visti fino ad ora.

Consulenti che si presentano insieme ai loro clienti, raccontando le storie che hanno avuto la possibilità di disegnare insieme. Ho scelto di partecipare grazie a Daniela Patroncini. La nostra è una conoscenza “online” fatta di stima reciproca. Mi è piaciuto il format e ho deciso di mettermi in gioco, onorata di essere coinvolta.

Le aziende dovrebbero partecipare per cominciare a osservare ciò che c’è fuori. Non importa se i casi studio siano o meno del loro settore. Apriranno comunque la mente a nuove possibilità.

George Orwell diceva che siamo la media delle 5 persone che frequentiamo di più.

Io credo che noi imprenditori siamo la media dei 5 imprenditori che frequentiamo di più e lo dico sempre sia ai miei colleghi che ai miei clienti, che ai ragazzi a cui talvolta faccio da mentore.

Se ci circondiamo di persone che vedono le cose in chiave negativa, che si lamentano in continuazione delle tasse, dell’andamento negativo del mercato, della crisi e di tutto ciò che c’è di negativo sul mercato, ci lamenteremo per forza anche noi, entrando in un loop negativo. Se ci circondiamo di persone che si sforzano di fare, che vedono il bicchiere mezzo pieno, che ce la fanno e ottengono risultati, anche se col sudore, ci verrà voglia di rimboccarci le maniche, non credete?

Henry Ford diceva: “che tu abbia paura di farcela o di non farcela, avrai comunque ragione”.

Il Local Business Day mi sembra un ottimo punto di partenza per imprenditori locali che hanno paura di farcela.

 

 

No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.